En, dormire troppo, dormire pochissimo, svegliarsi presto, sognare altri posti, avere la tachicardia

di Maria Chiara Pomarico


Dormire troppo, Dormire pochissimo. È la troppa libertà che mi ha ridotto alle catene? È sapere di avere tutto il tempo possibile che spinge a sprecarne ancora di più?


Mi arriva un messaggio alle tre di notte, ma io dormo già da quasi cinque ore. Questa quarantena, che qui a Milano è iniziata già il 24 febbraio, ha seguito un’onda anomala nel mio ciclo circadiano. I primi giorni ero accelerata, non riuscivo a rimanere seduta al computer per più di venti minuti, avevo bisogno di fare una pausa, guardare fuori, leggere una pagina di una cosa diversa. Un tripudio di appuntamenti e cose da fare: alle 18 i cori dal balcone, alle 18.30 esercizi in diretta, alle 19 videochiamata con i genitori, alle 19.30 aperitivo online con gli amici, alle 21 i miei vicini di casa si urlavano nella notte “forza!” “a domani!”. E io dormivo pochissimo. Dormivo male, controllavo ossessivamente le notizie in attesa che qualcuno dicesse “ok, fine, da lunedì in ufficio”.


Una sera mi ha chiamata mia madre, che è una col pelo sullo stomaco ma che da giorni era più agitata di me: alternava momenti in cui mi chiedeva di prendere un treno e tornare in Puglia, a momenti in cui mi pregava di non muovermi da casa, che l’azienda in cui lavora, andava a ritmi folli e che per permettere a tutte le farmacie di ricevere il rifornimento di materiali anche loro che lavorano negli uffici aiutavano i magazzinieri a chiudere i pacchi.


Ma una sera mia madre mi chiama e piange: hanno chiuso tutto. E da quel momento ho iniziato a dormire tantissimo. Come se mi fossi rasserenata all’idea che il mondo fuori è fermo come me, non c’è nulla da perdersi e nulla che io possa fare se non starmene qui, in questa casa di Milano Sud a fissare le finestre degli altri che, spesso, trovo ancora accese nel cuore della notte.



Sognare altri posti. È il mio sogno ricorrente: è casa mia in Puglia. Un giorno sogno la casa in campagna dei miei nonni, ma dentro ci sono i miei amici di Milano e la mia insegnante di Yoga.


Un’altra volta sogno l’odiatissimo centro commerciale della mia città, che nel sogno però è un posto in cui io sono felice, come quando ero piccola ed era appena aperto.


Ancora più spesso sogno il mare. L’estate, le mie amiche di sempre, la mia famiglia. Sono i pensieri banali della fuorisede, ma in questo contesto hanno un sapore strano, che oscilla tra l’attesa della fine e la paura per la fine.


Le prime settimane, quando sognavo pochissimo perché dormivo pochissimo, immaginavo la prima volta che avrei preso una birra al bar vicino all’ufficio, alla commozione di rivedere i miei amici. Ora, quell’immagine inizia ad associarsi ad un senso di vertigine, alla paura della folla, al timore di avere paura di prendere un mezzo pubblico per la prima volta dopo tutto questo tempo. E da un po’ di giorni inizia ad alternarsi la voglia di essere altrove, nei sogni, e la rassicurazione di essere in casa, da sveglia. Io che una casa ce l’ho, almeno.


Avere la tachicardia. Non sento mai il mio cuore. In senso figurato, in questo periodo più che mai, ma anche in senso letterale. Non amo fare sport, sudare, correre, essere per forza di corsa. Ma Milano è anche tachicardia e quindi ho scoperto che il lavoro ti può far battere il cuore, sebbene non sempre sia una cosa bella. Spesso lo senti battere perché sei stanca, sotto pressione, insoddisfatta di come ti è venuto fuori un progetto. Ma il tempo è tempo e tu non ne hai quanto ne vuoi.


Ora, al contrario, c’è. Eppure perché questo cuore sfarfalla ugualmente? Perché sono seduta ad un capo del mio tavolo, dall’altro lato ci sono ancora i piatti del pranzo e da circa un mese lavoro facendo finta che nulla sia cambiato, ma nel silenzio e nella solitudine della mia casa. E quindi sforzandomi di dover rispettare le stesse scadenze, gli stessi ritmi, la stessa moltitudine di cose da fare. Ma la realtà è che è una finzione. Lo conferma la cassa integrazione e il tempo ridotto. I clienti che sono fermi. Il silenzio di questo quartiere a due passi dalla Circonvallazione. I tram vuoti che fanno su e giù.


Questo cuore batte più forte per essere sicuro di esserci ancora, ma l’impulso elettrico viene dalla paura. Il dopo è difficile da immaginare. L’adesso complicato da vivere. E finora abbiamo fatto di tutto per far finta che non sia cambiato niente, noi con i nostri aperitivi online, le nostre mail, le videocall, il troppo sonno, gli psicofarmaci. Eppure i miei vicini di casa non cantano più, la domenica mattina hanno iniziato a litigare per la pasta e per i lavori da fare in casa. Persone ben più esperte di me hanno parlato di capire dove andare domani immergendosi in questa paura di oggi.


Io mi chiedo come saremo alla fine di tutto questo. Quanta paura ci dominerà? Riusciremo davvero ad avere voglia di stare insieme?

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