Covid-30 #2 | Fragole

di Mauro Chinappi


Leggi la prima puntata di Covid-30 qui: Chiusi fino a Pasqua. Ripartenza a Maggio


31 marzo 2030, ore 8:30.


Il campo Est era a circa 20 minuti di automobile. “Che strana la lingua”, pensò Riccardo, “Automobile significa letteralmente che si muove da sé, però è solo da qualche anno che realmente si muovono da sole”. Prima della Covid serviva un essere umano alla guida. Traffico, ingorghi, incidenti, stress, ma anche viaggi, libertà. Almeno qui, quasi tutti avevano un’automobile. Un’automobile privata.


“Privata”: un altro concetto che era cambiato molto negli scorsi anni. Non aveva una grande memoria, ma gli sembrava di ricordare che anche prima della Covid si parlava di automobili in grado di viaggiare da sole, però avevano molti problemi. Per esempio non erano in grado di evitare un pedone che, brusco e indeciso, attraversava la strada all’improvviso fuori dalle strisce. Forse neanche le attuali auto sarebbero state in grado di farlo, ma ormai non c’erano più pedoni che attraversavano le strisce all’improvviso. Problema risolto.


Riccardo avvicinò il chip sottopelle al cancello di casa. Temperatura 36.4 C°, saturazione 99%, Cov-Negativo, p<10 alla -8. Il portone si aprì. La monoposto bianca era già in strada ad attenderlo, silenziosa. Le producevano a Potenza, aveva letto. Le batterie invece le importavano dalla Federazione Indiana. “Un problema di materiali, si trovano in Centrafrica”, gli aveva spiegato qualche giorno fa Chiara durante l’aperitivo olografico (l’Aperol … lo avevano battezzato, vecchi nostalgici!).


Chiara era una sua ex-compagna di liceo. Era una biologa, una di quelle che ancora lavorava per conto suo, fuori dal programma WW. Riccardo ricordava ancora quel tizio brizzolato dell’orientamento università e lavoro. 1994, forse ‘95, gli ultimi anni delle superiori. Completo grigio sportivo, occhiali da sole a montatura finissima, camicia bianca senza cravatta, passo deciso. “Lingue, informatica, comunicazione. Questo vi garantirà un futuro nel mondo del lavoro.”


Lui ci aveva creduto. Dopo sei anni parlava cinque lingue (tutte europee, però, il tizio brizzolato si era dimenticato di Cina, India e Russia), aveva una laurea in scienze della comunicazione e aveva fatto un corso di grafica digitale. Soprattutto, gestiva la reception di un quattro stelle al centro di Roma, uno di quelli dove i clienti di mezz’età giapponesi e statunitensi lasciavano belle mance e dove le loro figlie non disdegnavano le premure di un venticinquenne mediterraneo ben acchittato. Chiara, capelli scuri, maglioni lunghi a coprire il sedere, voce sottile: “A me molto piace la biologia. Che università mi consiglia?”.


Domanda sbagliata. Il tizio brizzolato dedicò dieci minuti a spiegare che bisognava cambiare approccio. “Cosa potrò fare con queste competenze, non cosa mi piace”, “Biologia? Quindi vuoi fare l’insegnante alle scuole superiori”, “Bisogna crescere, ragionare da adulti, non da ragazzine”. Ci mise troppa enfasi il brizzolato. Alzò un po’ troppo la voce. Chiara abbassò lo sguardo. “Ragazzina” Qualcuno ridacchiò. Chiara trattenne qualche lacrima. Acqua passata comunque. Ora lei (“ragazzina”) era in una squadra di ricerca di una multinazionale e progettava batteri o altre diavolerie per la decomposizione dei rifiuti. Lui, cinque lingue, era nel programma WW.


Era entrato nel WW fin dal primo anno, nel 2024. Nei primi 3 anni di Covid aveva campicchiato tra cassa integrazione straordinaria, ripetizioni private di lingue, qualche piccola traduzione e lavoretti di grafica, poi era iniziato il programma. Sussidi per la sopravvivenza in cambio di lavoro. Work and Welfare. Avevano raccattato tutti quelli che erano stati fatti fuori dal mondo del lavoro, quasi tutti gli operatori turistici, una buona parte degli operai delle filiere della manifattura, commercialisti, operatori dei call center, impiegati di banca, camionisti, tassisti, ex-impiegati pubblici, più tutta la pletora di disoccupati nelle file dei letterati, degli psicologi, degli scienziati della comunicazione, degli economisti e li avevano formati per lavori che richiedevano (ancora) il cervello o le mani di un essere umano. Idraulico, elettricista, giardiniere, operatore socio sanitario, babysitter, falegname, venditore. WW: Work and Welfare. Il Regno Unito era uscito dall’Unione Europea definitivamente nel 2021 ma per i programmi si usava ancora l’inglese. Stranezze della lingua. Comunque quella era stata forse l’ultima cosa decente fatta dall'Unione Europea. I corsi erano seri, pragmatici, nordici.


Forse il suo lavoro sarebbe sparito comunque, Covid o non Covid. All’inizio i traduttori automatici venivano usati principalmente per video virali con traduzioni di menù e canzoni. Risate grasse nella sua cerchia di promettenti professionisti e bulimici collezionisti di capitali europee (“Praga è fantastica”, “non sei mai stato a Stoccolma, un po’ cara ma il volo costa poco”, “solo noi in Italia non sappiamo le lingue, è colpa del doppiaggio”, “io almeno sei aerei l’anno altrimenti soffoco”). Poi il traduttore testuale di Google iniziò a rendere comprensibili testi in qualunque lingua. Non erano traduzioni eleganti, di tanto in tanto si perdevano le sfumature, le finezze dello stile, ma se ci frullavi dentro un articolo di Le Monde, de Il Pais o della Izvestija ne usciva un testo comprensibile.


Cinque anni dopo era finito tutto. Un microfono di un qualunque cellulare, una connessione decente e una applicazione gratuita ti permettevano di comunicare in qualunque idioma. Quando era bambino, negli anni ‘80 tutti si aspettavano che i robot sarebbero stati dei plasticosi umanoidi tipo il tassista di Atto di Forza, giacca blu, cappellino, orecchie a sventola e volto sorridente. Nessuno si aspettava che i primi robot sarebbero stati dei programmi su un server remoto. Nessuno si aspettava che un programma su un server remoto lo avrebbe reso disoccupato.


Uscì dal cortile del condominio. La monoposto era già lì. Nessuno alla guida, un umanoide plasticoso con la giacca blu e le orecchie a sventola avrebbe occupato spazio inutile per i passeggeri. Anzi, il passeggero. Distanziamento sociale. Una automobile, una persona. Un po’ come a Roma nel 2015 ma l’automobile ora aveva un solo sedile reclinabile, si guidava da sola e, nel suo caso, decideva anche dove andare. Campo Est, fine marzo. Nelle serre idroponiche maturavano fragole. Non esisteva nessun robot per la raccolta. Per ora.

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