Verso lo SHARISM - Fare della "sharing" un'economia giusta.


Il dibattito italiano sulla sharing economy è penoso.

Come molti altri del resto, ma in questo caso ci sembra quella celebre scena del 1994 in cui Achille Occhetto si presentò al confronto televisivo con Silvio Berlusconi con un abito grigio perfettamente in tono col colore di capelli e baffi ma tremendamente fuori tono rispetto a ciò che gli stava intorno e che lui non aveva ancora minimamente compreso.

In questo caso, forse, è ancora peggio.

Vari commentatori si ostinano a fare analisi usando le letture di sempre, proponendo comparazioni inadeguate e citando numeri che non non hanno alcuna capacità disvelatrice, se non una: non ci stiamo capendo nulla.

Ma veniamo al dunque.

Per esprimere una sintesi degli errori sul modo di intendere questo fenomeno globale e complesso, chiamato sharing economy, ecco un video che in 1 minuto fa capire come non affrontare la questione (non ce ne voglia Riccardo Staglianò, che invitiamo a dibatterne con noi per un sano confronto, ma secondo noi rappresenta solo uno dei tanti casi di approcci sbagliati).

Paragonare gli addetti interni di un’impresa che pratica la sharing economy ad un’impresa che opera nello stesso mercato, ma con l’approccio tradizionale (business as usual, direbbero gli esperti) è profondamento sbagliato.

Gli addetti di Airbnb (esempio citato nel video, che assumeremo anche qui per dare equilibrio alle argomentazioni) sono in numero infinitamente minore degli addetti degli hotel, verissimo. Ma allo stesso tempo Airbnb abilita decine e decine di migliaia di persone - solo a Roma sono 9.600! - alla generazione di valore. Questo, tuttavia, pare non interessare, pare non essere nei modelli interpretativi di chi continua ostinatamente ad usare schemi classici per fenomeni completamente nuovi e dirompenti.

Se andiamo a vedere più da vicino chi sono questi 9.600 host romani di Airbnb, scopriamo che la stragrande maggioranza è composta da persone del ceto medio che ha subito riduzioni di reddito a causa della crisi e che ha trovato un modo per integrare le proprie entrate grazie ad una piattaforma come Airbnb. Ecco quindi la prima grande domanda che dobbiamo porci: se gli host (coloro che ospitano, per capirci) sono così tanti, e se riescono a risarcirsi dei danni subiti utilizzando una piattaforma for-profit, non sarà anche, e in grande misura, per via delle inefficaci risposte di un welfare fatiscente e inadeguato a offrire soluzioni ai problemi e alla crisi contemporanea del lavoro?

La differenza da calcolare tra imprese tradizionali e sharing economy, quindi, non riguarda meramente il numero di addetti contrattualizzati come lavoratori interni al perimetro aziendale di Airbnb come di qualunque altra compagnia, ma piuttosto il numero di soggetti abilitati alla generazione di valore. È questo il confronto da fare, e chi scrive non è assolutamente un tifoso di ogni modello di sharing, anzi. Ma ritiene che, per saperlo indirizzare verso la creazione di benefici sociali, la sharing economy vada innanzitutto compresa.

Quindi, rimettendo la discussione in binari più appropriati, facciamo pure il paragone tra Airbnb e un hotel.

Primo punto. Chi costruisce un hotel deve avere risorse finanziarie per realizzare un ingente investimento e concentrare in un luogo fisico il rischio d’impresa. L’accesso alle risorse finanziarie, specialmente in Italia, è privilegio di pochi, quindi sarebbe praticamente impossibile per i tantissimi host poter divenire offerta di servizi turistici senza Airbnb. Solo i pochissimi in grado di accedere ai capitali avrebbero la possibilità di operare nel settore.

Secondo punto. La concentrazione dell’investimento e del conseguente rischio ha come naturale conseguenza la necessità di raggiungere la sostenibilità economica dell’operazione con la vendita di almeno x stanze per almeno y giorni l’anno. Ciò rappresenta un rischio non da poco e pesa molto nelle scelte di allocazione.

Tutto questo non vale per Airbnb. La piattaforma consente di coordinare e abilitare asset patrimoniali (case, camere, sgabuzzini!) già esistenti e di diluire il rischio d’impresa su una quantità elevatissima di possibilità di offerta, differenziata sia in termini spaziali sia in termini temporali.

Per banalizzare: se una persona investe in un hotel e non raggiunge il break even point (il punto in cui i ricavi pareggiano i costi), dovrà chiudere e il suo investimento sarà fallito, con conseguente perdita di occupazione e di ricchezza. Se alcuni appartamenti che vivono sulla piattaforma di Airbnb, invece, non sono sostenibili, usciranno semplicemente dal sistema di Airbnb senza compromettere il resto del mercato, che tenderà ad orientarsi in altri contesti in cui la risposta della domanda sarà più incoraggiante.

L’enorme vantaggio delle piattaforme, dunque, è nel modello di business super fluido, che non concentra i rischi e che si sa riadattare ai flussi di mercato con una resilienza mai vista prima. Immaginate i costi di adattamento per spostare un hotel da un luogo ad un altro? Ecco, sarebbe impossibile.

Terzo punto. Se volessimo davvero paragonare i dipendenti di un hotel con gli host di Airbnb, dovremmo immaginare che ogni facchino, inserviente e receptionist, invece di essere un dipendente, divenisse gestore di singole stanze. Inoltre, dovremmo immaginare che la loro retribuzione non sia più fissa, ma relativa al reddito generato da ogni singola stanza affidata alla loro gestione individuale. Ma nessun facchino, per quanto forzuto, può prendere la stanza che gestisce e portarsela in un altro luogo della città, né a casa propria, per proporla in affitto. È evidente che il confronto tra l’occupazione generata da Airbnb e quella generata da un hotel è, semplicemente, fallace.

Quarto punto. Confrontiamo infine le tasse pagate da Airbnb e le tasse pagate da un hotel. Si dovrebbe intuire che anche questo confronto è sbagliato. Il valore generato da un hotel andrebbe commisurato alla somma del valore generato dalla piattaforma e dalla comunità di host. E gli host pagano le tasse attraverso la dichiarazione dei redditi. Anche in questo caso occorrerebbe capire come va ripensata la leva fiscale alla luce dei cambiamenti che stiamo vivendo e che propongono modelli in grado di mettere a sistema asset dormienti abilitandoli alla generazione di valore: macchine, case, tempo libero, competenze professionali, e molto altro ancora.

Questa è la rivoluzione da cui siamo travolti, ma, se la volessimo capire e attraversare davvero, da travolti potremmo divenirne favorevolmente coinvolti. Perché se, come ci viene detto ogni giorno, il motivo per cui il lavoro verrà spazzato via è lo sviluppo digitale, allora in Italia possiamo dormire sonni tranquilli e volare verso la piena occupazione in quanto siamo 25esimi su 28 paesi europei per indice di sviluppo nell’economia digitale.

Se invece dovessimo decidere di fare un salto innanzitutto culturale nell’approcciare a questi grandi temi, potremmo cogliere l’opportunità dell’accelerazione tecnologica per mettere finalmente in discussione uno status quo decisamente iniquo, che produce disuguaglianze e accumulazione estrattiva di valore. Non saranno mica i proprietari dei grandi alberghi la nuova classe sociale di riferimento di un qualsiasi partito progressista, vero?

Dovremmo trovare politiche avanzatissime per stare al passo e rivolgere a vantaggio dei molti (il 99%) queste innovazioni, costruendo una nuova agenda politica fondata sulle ricchezze del possibile più che sulla resistenza dello status quo, o sulla conservazione dell’esistente.

Un esempio, per stare in tema, è nelle possibilità immediate del settore pubblico. Abbiamo in Italia un patrimonio pubblico (e non solo) quasi sconfinato, fatto di case, palazzi, beni culturali, campi, parchi, spiagge, torri, castelli, negozi e molto molto altro. Perché non creiamo una piattaforma per raccogliere da tutta Italia idee di rigenerazione sostenibile e non diamo il supporto finanziario a tali idee per renderle capaci di generare valore, lavoro, impatti sociali, coesione territoriale e, in definitiva, nuove possibilità a generazioni completamente estromesse dalla produzione?

Come aggirare le distorsioni generate da un moloch come Airbnb? Possiamo crearlo noi, il nostro Airbnb, siamo noi che possiamo fare della sharing un’economia giusta. Una sharing society, prima che una sharing economy, che rimescoli i vantaggi e gli svantaggi dell’esser figli di imprenditori o di impiegati o di operai - insomma: le condizioni di partenza. Siamo noi che potremmo realizzare la più grande politica di mobilità sociale, attraverso innovazione e inclusione, al contempo creazione d’impresa e coesione sociale.

Qui a Red Mirror, insomma, ci siamo messi in testa di lanciare lo SHARISM - che in italiano potremmo tradurre, un po’ goffamente, come condivisionismo. Una politica integrata, modernissima e stupefacente. Che ci consentirebbe non di concentrarci sul paragone fra un hotel e una piattaforma, ma di mettere al centro il potenziale generativo intrinseco dato dalla creatività italiana assieme ai desideri di chi potrebbe fare di questa penisola un paese migliore.

Proseguendo sull’impostazione dello SHARISM, quale agenda di nuove politiche possiamo immaginare e realizzare?

  1. la trasformazione dei servizi pubblici in servizi di piattaforma, dove la facilità di accesso garantita dai social network sia la logica con cui ricostruiamo il rapporto di cittadinanza fra persone e istituzioni. Con l’immediato effetto di portare la nostra PA nel contemporaneo.

  2. correlare la tassazione agli impatti sociali dell’attività economica, rimodulando gli incentivi pubblici a favore di chi sa essere sostenibile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale. Sì, in un paese dove di robot ce ne sono ben pochi, riteniamo stupido e dannoso pensare di tassarli. Piuttosto, proponiamo di ripensare la tassazione dei profitti in funzione della capacità dell’impresa di redistribuire il valore creato e aprire opportunità per la comunità.

  3. estendere il dispositivo “mutuo prima casa” con il dispositivo mutuo prima impresa, realmente aperto a chi non può fare impresa perché il sistema bancario non gli concede credito (magari proprio perché non ha una casa da ipotecare!?). Programmi pubblici come Smart & Start, Cultura Crea ecc. ecc. sono inoltre funzionali solo a chi ha già le risorse, e non riescono a coinvolgere chi è fuori. Perché il gorgo è lì, nel limbo che segna il passaggio tra il dentro e il fuori, tra chi è ai margini del coinvolgimento produttivo e rischia di scivolare fuori, e chi è fuori e fa di tutto per tentare di rientrare.

  4. introdurre un reddito di base per ridurre al minimo i costi sociali della transizione e liberare energie preziose, uscendo dalla paura e acquisendo le condizioni minime per vivere bene il presente e progettare meglio il futuro.

Su ciascuno di questi RED MIRROR lancerà schegge, proporrà soluzioni e non darà tregua a chi pensa di poterci ancora proporre di vivere peggio e meno sereni di quanto potremmo, o di restare in un mondo che ormai non c’è più. Perché il cambiamento del mondo vogliamo incominciare a governarlo noi. Il prima possibile.

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